Hanno scritto di lui

Talvolta è indispensabile rivelare i meccanismi bizzarri e celati che vengono applicati, da chi guarda, alla pratica dell’indagine che sta compiendo: chi osserva le opere degli artisti dovrebbe tentare di nuotare vigorosamente contromano per risalire alla fonte del loro fare. Il mondo visivo d’oggi appare infatti codificato a tal punto che ogni creativo appartiene ad un tutto o almeno ad un parte di questo tutto: chi non è classificato si trova non solo fuori contesto ma addirittura apparentemente delegittimato. E se l’occhio del curioso alla ricerca di pieghe inattese nel panorama si ritrova illuso e frustrato, quello di chi indaga si trova invece stimolato. Occorre quindi procedere d’astuzia per capire laddove mille sfarfallii tentano d’illudere. Serve non solo arrivare ad un giudizio sull’opera, giudizio che normalmente dovrebbe richiedere tempi lunghi di sedimentazione, serve ben di più ancora capire chi di quest’opera è l’autore, il colpevole. Uno dei “trucchi” minimi e marginali per capire il rapporto che l’autore stesso intreccia con l’opera che realizza, è guardare con attenzione il modo con il quale appone la firma all’opera completata. Gli artisti grafici si tradiscono immediatamente: appongono firme retoriche. Gli artisti consapevoli appaiono invece quasi intimiditi nell’inserire il loro nome all’interno d’un lavoro che loro stessi rispettano mentre lo stanno realizzando. Courbet firmava con la semplicità d’un operaio che ha appena concluso la sua giornata d’impegno, lo stesso facevano il sommo e complicato de Chirico e il suo abissale collega Mario Sironi. E’ ciò che fa pure Giuseppe Fioroni. Nell’aspetto fisico, nella barba barocca e nel vestire da folletto, sembrerebbe egli destinato ad un comportamento ben più pirotecnico. Mentre realizza i suoi dipinti lascia correre una gestualità talvolta addirittura feroce. Porta invece per la sua opera, una volta compiuta e pronta alla firma come un testo da lasciare ai posteri, un rispetto finale che diventa per l’osservatore accorto il segnale d’accesso ad un cosmo pittorico che si rivela ben più complesso di quanto non possa apparire ad un occhio inavvertito. Sicché il suo garbo calligrafico diventa strumento di contrappunto per indagare la sua virulenza pittorica. E questa stessa energia nell’inventare l’immagine viene percepita successivamente non come un magma incontrollato ma come una pulsione forte dominata con attenzione da una radicale intelligenza artistica, così consapevole questa da potere superare ogni rischio di apparentamento o di citazione.

Fioroni è autenticamente transgenico: riprende il percorso dell’arte in quel momento espressionista che gli altri avevano lasciato in sospeso perché gli eventi bellici della Prima Guerra Mondiale avevano mutato il fondo dell’anima delle visioni possibili. Non credo che egli lo sappia, anzi è forse inutile che ne sia addirittura al corrente, ma oggi, a cent’anni esatti da quella deflagrazione della demenza europea, lui ci riporta non con i piedi a terra ma con la testa fra le nuvole delle emozioni troncate. E così tornano, come dei diavoletti saltati fuori dalla scatoletta, le facce clownesche di Ensor con le loro contorsioni cromatiche e fisiche; così tornano le barche a vela di Marquet che hanno preso il vento delle postmodernità. Torna la materia coloratissima d’un Vlaminck non ancora reso monocromatico dal fango delle trincee. Tornano le melanconie dei primi arlecchini rosa di Pablo Picasso e gli svolazzi celesti di Marc Chagall. Ma non sono imitazioni. Corrispondo al tentativo assai riuscito di riprendere “le fila d’un discorso” dopo la condanna trasversale della cultura pittorica avvenuta prima con l’esperienza del concetto puro e successivamente con il percorso transgenico delle avanguardie degli anni ’80 del secolo scorso. Ma la sua non è affatto una consapevolezza fuori dai tumulti che il tempo intercorso ha graffiato nella memoria della sensibilità visiva. Tutta l’esperienza recente della materia, del gesto, della spatola e della goccia, dell’apparente casualità e del controllo poetico di questa casualità, viene assorbita e restituita con un freschezza rinnovata. Il gioco d’oggi non può non tenere conto dell’evanescenza che la coscienza attuale porta in se’. Il segno non può esistere in modo ingenuo: l’esperienza della semiotica ha insegnato che sotto lo strato apparente permangono gli strati inferiori d’un fare precedente. Sicché la massa pittorica che ne deriva si fa ricca di evocazioni e di vibrazioni. Ed è quella lì, che apre alle vibrazioni evocative d’un espressionismo fuori tempo, che assume denso ed evocativo valore poetico.
Philippe Daverio

Manlio Bacosi Dal volume “FIORONI fantasticherie” a cura di Nicola Micieli, Bi&Vu, Pisa, 1993.

Sono vari anni che seguo con interesse l’amico Giuseppe Fioroni e sono stato sempre attento al suo operare, però non posso attardarmi ad una indagine nel suo lavoro, bensi; al massimo, posso tracciare un accenno sulla complessità dell’uomo, amichevolmente, non attraverso le testimonianze fornitemi dalla pittura, perché sarebbe compito arduo e incompleto. Intanto dirò che per avere una visione per lo meno approssimativa sulla sua vita è bene isolarla dal quotidiano, per entrare nei suoi desideri segreti, nella sua natura indagatrice e allora potrà delinearsi una immagine affascinante.

Nulla in lui è semplice: le contraddizioni, i salti di umore sono la sua stessa vita. Nei momenti di serenità che sono di durata imprevedibile, Fioroni ama arricchire la sua cultura e allora prende in esame autori, indaga nel tempo, si pone dubbi ed interrogativi, fa autocritica, insomma percorre questa avventura senza fine con coerenza e fede. Comunque, ripeto, non voglio e non posso entrare nel motivo ispiratore del suo lavoro, certo che l’amico critico Nicola Micieli, che si è assunto il compito di entrare nel vivo del problema, darà ampi ragguagli per una lettura esauriente dell’opera del nostro.

Al di là dell’affetto fraterno che ci lega, io vorrei tanto che questa fatica monografica fosse la conferma che ho visto giusto nelle dimensioni del messaggio trasmessoci da Fioroni, frutto di una intensa e sofferta sensibilità poetica.

 

Enzo Fabiani (Il Poliedro, Roma, ott.-nov. 1984)

E’ evidente che i dipinti di Giuseppe Fioroni denunciano, o meglio dichiarano subito un preciso amore per la materia: sicché quasi potrebbero far venire in mente, ad esempio, quella sorta di immedesimazione che un musicista può avere per la “pasta” sonora, per la vibrazione dello strumento, o lo scultore per la creta, il poeta per la “corposità” della parola, e così via. Se poi si volessero vedere le caratteristiche di questo preciso amore, o meglio partecipazione, ad esempio da un punto di vista cronologico, cioè di riferimento temporale, allora è facile, mi sembra, ricordare l’affresco medioevale umbro per un modo tra sensibile e astratto, e quindi mistico, di sentire e di esprimere, di partecipare e di dire.

Ed è anche chiaro che queste sono indicazioni, sono richiami per avviarci verso quei componimenti, o piccoli poemi, che Fioroni via ci offre, sempre più intensi, sempre più affascinanti: i quali si svolgono addensando motivi ed elementi (cioè figure e forme) in uno spazio, verrebbe da dire in una aiuola, ben preciso che ne riceve e conserva tutta la forma e la suggestione. Ed è allora (e penso in particolare alla serie dei guazzi) che, per certe frammentazioni e coloriture particolari, può venire in mente anche la ceramica: certe composizioni di Leoncillo, tanto per intenderci, dal ritmo vivace e insieme severo, con parti preziose ed altre rustiche, o ruvide.

Certo, come qualcuno ha accennato, viene anche da ricordare, vedendo le diverse opere di Fioroni, quel mondo cosiddetto paranormale, ed anche la cosiddetta zona onirica: mondo e zona che possono offrire una infinità di motivi e variazioni di cui non sempre è possibile precisare origini e radici, e neanche intendere appieno i significati. Ma è questo un discorso che (con buona pace dei padri del Surrealismo) appare in realtà alquanto deviante, perlomeno, in quanto c’è il rischio, seguendolo e approfondendolo, di fare confusione sulle ragioni e le caratteristiche stesse dell’arte: la quale non è poi quel gran mistero o quel gran guazzabuglio che tanto spesso si vuol far credere: forse allo scopo di mettere il non artista addirittura in uno stato di inferiorità…

Ora, come si sa, quello che conta nell’opera d’arte è la ricerca e l’oggettivazione della verità poetica: che può essere profonda come il mare o lieve come una piuma, a seconda delle qualità e della forza dell’artista. Ma l’importante è che egli (ed è quanto si nota in Fioroni) senta il bisogno di comunicare nel modo più consono e giusto quanto gli urge dentro: ovverosia il racconto, la domanda e la risposta, il sorriso o il pianto; oppure (uscendo così dalla regione cosiddetta romantica) gli elementi di un ordine, di una geometria, di una architettura eccetera. Come ben si sa le definizioni, come le dichiarazioni di poetica, sono ormai diventate infinite: il che non vuol dire affatto vere ed essenziali…

Il racconto (e si è accennato anzi a piccoli poemi) di Giuseppe Fioroni mi pare somigli a un ripensamento incantato e spesso incantevole difatti e personaggi del presente e del passato, rivissuti, e quindi presentati e rappresentati, con una affettuosità o tenerezza che può portare a una raffigurazione che par sognata. E’ chiaro che da questo “momento”, da questo stato d’animo o di tensione, possono nascere varie esigenze che potremmo dire ritmiche (e quindi coloristiche, e quindi musicali), seguendo e guidando le quali il pittore raggiunge quel “fantasma” che più e meglio ad esse corrisponde. Un altro aspetto da considerare con attenzione è quello derivante dalla presenza delle figure nella “scena” del quadro: esse generalmente non sono dominanti né predominanti, anzi sembrano fondersi in forme spesso evanescenti, o comunque non definite: eppure è evidente che da quelle figure o figurette dipende l’andamento o potremmo anche dire la ragione stessa del quadro. Figure tuttavia che troviamo a volte in primo piano, specialmente in alcuni dipinti ad olio molto belli: ed allora esse hanno qualcosa di ieratico e di solenne, e ci appaiono come prese in una profonda meditazione.

Certo il mondo rappresentato da Giuseppe Fioroni non è facile, almeno a una prima lettura: anche perché gli eventuali riferimenti (raffigurazione d’antico sapore, pittura materica, astrazione eccetera con tutti i vari annessi e connessi) ci appaiono come fusi in una ricerca personale d’espressione, e non già di devozionale sudditanza. Fioroni insomma preferisce seguire il proprio ritmo interiore e fantastico, la propria esigenza di rivedere sulla tela il fantasma e la scena intuiti, e già amati in quella zona della mente in cui nasce l’idea pittorica prima di prendere corpo nel quadro. Un mondo a volte anche allucinato, ma mai crudele; a volte anche bizzarro ma mai sradicato dalla sensibilità, che è anzi in esso parte importante. Non vorremmo fare della letteratura: ma ci sembra proprio che questa pittura sia anche il tentativo di una “composizione di luogo” non necessariamente definita, alfine di lasciare a chi la guarda la possibilità di andare oltre, di immaginare altri motivi e altre risonanze: sempre però in nome di una verità poetica che esige di essere detta, e anche partecipata.

Elio Mercuri (inedita, 1983)

La pittura per Giuseppe Fioroni è atto magico, realizzazione del sogno eterno dell’uomo di ritrovamento, al di là di ogni caduta e morte, nella realtà e nell’unità del cosmo. Le sue raffigurazioni prendono corpo oltre la loro esistenza materiale, sono immagini che emergono dal profondo, ancora in contatto in una parte di sé col magma incandescente che precede ogni individuazione segni di un legame di mistero ed enigmatiche presenze. Sono in una forma o stato intermedio, tra la loro appartenenza al mondo, nell’irripetibilità di una vita e di un destino e il loro essere emergente della nostra psiche, apparizioni che evocano la necessità di un passaggio che non trova mai il finale compimento, a metà o ad un tratto del percorso, quasi che la trasmutazione che la riveli nell’incarnazione, di resurrezione da ogni possibile morte, sia nell’aria, prossima a venire, incombente, ma mai esperienza di visibile trasfigurazione. E il mistero col quale ogni Crocifissione attende ed è per l’uomo segno di Trasfigurazione, come è presente nell’ultima, forse incompiuta e interminabile grande opera di Raffaello.

Fioroni cerca senza dramma la verità: per sentieri interrotti e percorsi segreti, nel libro e nella atto, nei grandi pensieri della civiltà e nella concentrazione solitaria; nella comunicazione dell’amore e nell’attesa della grazia; soprattutto in ciò espressione autentica della sua terra, di Santo Francesco e di Giotto, nell’attenzione assoluta alla realtà e dignità di ogni Creatura. Cerca l’altro: tutto ciò che riusciamo a vivere nel desiderio, e nel sogno, o nella tensione creativa dell’arte.
La pittura ritrova tutta la sua funzione per la quale è “pur anco filosofia”, ma in modo insormontabile visione, cioè partecipazione tramite il visibile, alle radici profonde. Le grandi scoperte delle scienze naturali sono generalmente dovute alla comparsa di un nuovo modello archetipico di descrizione della realtà. Le immagini, gli Archetipi che occupavano la mente degli alchimisti, e costituiscono la chiave del “libro dei Geroglifici”, erano gli stessi che ricorrono nei nostri sogni e nei nostri tentativi di comunicazione tra i sessi.

La suggestione è interna a questo atto di amore, che dal “Primo motore” nella meraviglia delle “Gerarchie Celesti” si propaga e diffonde, ad ogni frammento di vita. Per questo la pittura per Fioroni è forza che riattiva le Grandi Cosmologie: attraverso il vissuto dell’esistenza e il valore della storia; i gesti dell’uomo e gli eventi del mondo: la civiltà e il Piano degli Astri. La si può concentrare in un punto, in un colore, rosso fuoco, bianco luna, oro sole, o includerla nella rappresentazione di una folla; esistenza o rito, o linea di orizzonte e filo d’erba; o soltanto ombra e silenzio: il senso è lo stesso, nel suo essere mistero e nel suo farsi nostra verità. E’ segno che in noi è il potere del verbum che si fa carne. Cercando riusciamo a sottrarci al dominio della contingenza, alla situazione specifica in cui siamo, e veniamo proiettati in un altro mondo, in un universo che non è più il misero, ristretto universo di ogni giorno. Dio è anche il totalmente Altro, l’essere misterioso con cui non si può entrare in rapporto, proprio come non si può entrare in rapporto con i misteriosi fenomeni della natura.

Fioroni ha vissuto la ricerca della Quintessenza; ha meditato la “macchina” della memoria, nel suo essere segno di questa irrinunciabile aspirazione dell’uomo a ritrovare attraverso gli “eroici furori” il luogo dell’unità, della “coineidentia oppositorum”; la concordanza e la corrispondenza tra macro e microcosmo per cui “come in alto” così “in basso”, soprattutto attraverso la pittura ha avuto la percezione del manifestarsi dell'”Archetipo” come fenomeno naturale. L’uomo sperimenta la natura come dotata di un aspetto luminoso e divino. E il corpo e la psiche non sono più forze in contatto e diverse, ma aspetti di una sola verità.

Alchimista, non opera più la trasmutazione dei metalli; ciò che prima era iniziazione al mondo, ora diventa “creazione” di sé, e afferma la concezione Il mulino di Amleto simbolica e rituale, religiosa, contro quella del messaggio convenzionale e sulla improvvisazione. La pittura è “chiave” che ci lascia vedere ciò che affiora e la radice nascosta; l’impatto con la materia e il liberarsi della vita; l’opacità del colore e la sublimazione della luce; il motivo singolo e il suo realizzarsi, in evento e in eternità; il “qui” ed “ora” in tutto il suo struggimento di nascita e di morte, e la sua collocazione sul piano del non tempo, nel cielo unico e infinito dove il divenire si raccoglie nella totalità dell’essere.

Viviamo il grande “viaggio” e l'”eterno ritorno”. Un’apertura verso il Grande tempo, verso il tempo Sacro Tutta la ricerca di Fioroni trova qui il suo “centro”; nel bisogno struggente di ristabilire il contatto, di individuazione di sé in qualcosa che non è separazione, che unifica l’istinto e la mente, che nella semplicità recupera il mistero sublime del simbolo: la Croce – albero – albero della vita: la storia, i quotidiani avvenimenti come figura del piano e del disegno Eterno. Possiamo così sopportare persino la pena, la “discesa agli Inferi”: dare viscere e sangue all’oscurità e al male, perché ormai sappiamo per prova di esistenza, che tutto ciò non può durare in eterno. Ed ogni morte è attesa di Resurrezione.

E così che una vicenda di civiltà artistica, dell’arte Umbra in una linea ininterrotta da Giotto a Raffaello; per Fioroni esperienza viva della combustione e del dramma di Burri e della visione rasserenata da superiore saggezza della sacralità e del mistero della vita, la cultura alchemica e il senso attivo della dimensione magica del mondo, come in un “crescendo” musicale, trovano punto di equilibrio e affermazione nella pittura di Fioroni in questo suo tendere ad una maturità che già è segno e traccia di nuovi percorsi.

Franco Rufinetti in “Verso e dentro l’arcano”

Franco Rufinetti Verso e dentro 1’arcano Cerchiamo di rendere facile, ciò che da spiegare facile non è. Le pitture di Fioroni si sentono dentro, hanno la forza di una comunicazione immediata; tutti, anche coloro che non hanno coltivato studi nel campo dell’arte, pure i giovanissimi, restano captati da queste proposte. I suoi quadri stabiliscono un rapporto tenace, sotterraneo, legano con i lacci saldi delle emozioni profonde. Le note cromatiche sono anche note musicali, che non descrivono e definiscono piante, non fotografano immagini eppure aprono tracciati di sensazioni, accendono ricordi, fanno intensamente vivere la bellezza, gli stupori, conducono nel mondo dell’arcano.

La tematica del pittore è vasta e affascinante. Argomenti privilegiati e ricorrenti sono motivi colti nella cultura popolare, riferimenti a fatti e personaggi religiosi, antichi miti e leggende, favole, racconti ascoltati nelle veglie accanto al fuoco, evasioni nel mondo e nei simboli dei clowns, guerrieri della fantasia più che della storia, le radici dell’amore, i colori della pazzia, la femminilità oltre l’apparenza, le civiltà sepolte nel tempo e nella mente. Come a dire che egli dipinge il vero più vero, alle origini, che va al di là del presente, non per scappare, ma per meglio comprenderlo. Anche l’oggi viene dal mistero. Perfino le nature morte, si tratti di oggetti o di frutta, sembra che vengano da un’altra dimensione. Quasi che invece delle mele, dell’uva oppure dei recipienti di vetro, si dica dei loro concetti, del pensiero di essi. Colore e forma L’impianto disegnativo a volte scandisce gli argomenti pur senza impigliarsi negli indugi dei dettagli. Spesso sembra non sia il filo conduttore del racconto.

Certo è che i quadri di Fioroni affermano sempre un equilibrio organizzativo linee e movimenti che, anche se articolato, appare facile, spontaneo, subito realizzato nel colore o con questo fuso. Le figure possono essere in fase di materializzazione in un magma policromatico, appena accennata, sull’atto di nascere nel colore e nella mente. Nutrono il segreto della magia e possono apparire come ricordi che stanno per esser recuperati dal nulla. Hanno un fascino indeterminato e non definibile. Il lettore le vede e sente che forse le aveva dentro di sé. Tutto intorno e dentro le figure stesse s’accendono, stemperano, trascorrono mescolandosi, toni di luci chi cantano armonie meste o giovani, ariose o nostalgiche. E’ dipinta l’anima popolare nelle opere di questo artista. Il vigore ha la forza della dolcezza e viceversa.

Fioroni supera i limiti e i vincoli del tempo e della materia stessa per spaziare oltre ed approdare nei silenzi significanti delle cromie. In certi quadri dai colori intensi ci sono diffusioni o aperture luminose. Siamo nella solitudine della concentrazione immersi in un’atmosfera nella quale il bello si sublima nel mistero.

Lucio Scardino in “Singolari contaminazioni”

…. Il suo cosmo figurativo germina forme che talora possono essere larvali, quasi ectoplasmatiche, mentre più spesso recuperano con originalità un’iconografia consolidata, facilmente riconoscibile: i tarocchi, i segni zodiacali, le leggende cavalleresche, il Vecchio e il Nuovo Testamento, i Fioretti di San Francesco.

Partendo dal cuore dell’Umbria francescana e metabolizzando empiti religiosi, oniriche “fabule”, angoscie esistenziali con la sensibilità di un uomo del XXI secolo, Giuseppe Fioroni ha delineato via via negli anni (oggi ne ha 64) un diorama figurativo che fascinosamente miscela automatismo, surreltà ed etnografia.

Tra forma e non-forma egli ha composto una pinacoteca in itinere che s’arricchisce continuamente di stimoli e sollecitazioni: autodidatta scaltrito, egli conosce i racconti narrati dai cantastorie in dialetto, ma altresì Chagall, ha letto la Bibbia, ma anche Pinocchio, manipola sapientemente la materia (ha lavorato persino la ceramica) ma può permettersi ad un tempo di risolvere tutto nel puro “gesto”.

Insomma, Fioroni compie una singolare contaminazione fra “memoria colta” e rito ancestrale, apparente candore stilistico e forte senso mistico, idealmente saldando Perugia a Parigi, Gerusalemme ad Assisi.

I suoi eroi non sono gli irrisolti personaggi pupazzettati da pittori col mito di Mirò: bagatti e burattinai, gnomi e clowns, fisarmonicisti e zigani divengono espressione di uno spirito libero e liberato, che rifiuta qualsivoglia stereotipo, manifestando spesso un ritmo fabulatorio vivace, quasi festoso, con una genuinità che non è mai né compiaciuta né artificiosa. Ma Fioroni nel delineare il suo mondo espressivo si ricorda nel contempo delle teorie junghiane, concepisce la pittura come un gioco ritualistico, delinea uno spazio spirituale, vi imette le tracce dei suoi viaggi, il ricordo del Museo.

Omaggi espliciti alla cultura dell’ antico Egitto, alle miniature medioevali, alle pale d’altare del Rinascimento s’evidenziano in molti suoi dipinti: Fioroni è un vero “alchimista” della pittura, un poetico manipolatore di miti e riti, facendosi così annoverare tra i migliori rappresentanti dell’arte umbra contemporanea, quella che nel Novecento ha visto all’opera maestri quali Dottori, Norberto, Bacosi.

 

L’ANIMA SEGRETA DELLA PITTURA

VITTORIO SGARBI per la presentazione del volume

“Giuseppe Fioroni Opere 1974-2004”[/p]

E’ un mondo allo stesso modo intimo e appartenente alla sfera personale di ognuno di noi, frutto creativo della memoria personale e collettiva, quello evocato dall’arte di Giuseppe Fioroni. Un mondo senza luogo e senza tempo, ma che rimanda a un Medioevo inteso non tanto come secifico periodo storico, quanto come categoria dello spirito e dell’immaginazione, dimensione dello spirito ancora vergine. Un Medioevo puro che non è nei libri di storia, ma dentro le nostre anime, mescolandosi liberamente ad altre suggestioni solo apparentemente in contraddizione con esso, il fascino dell’antico Egitto il rispetto per la tradizione rinascimentale centro-italica da cui Fioroni, umbro puro, sente istintivamente di provenire. Un mondo ancora convinto della necessità della figurazione del racconto, del mito, della favola, della parabola, della sacra scrittura, del simbolo, dell’emblema, dell’allegoria, della narrazione come sermo cotidianus in cui reale e irreale si confondono per rivelare sotto metafora il senso primordiale delle cose, l’uomo che si confronta francescanamente con la propria vita e con la natura, con il bene e con il male con il divino e il dannato.

Un mondo che è un carro di Tespi, sempre pronto a alzare il sipario, dovunque trovi applicazione , dal dipinto ala ceramica, e a offrirsi come spettacolo di se stesso, teatro permanente in cui ognuno è destinato a essere il personaggio di una recita, ognuno a vestire un costume di scena. La recita è a soggetto, non sempre i personaggi danno l’impressione di comprenderla e condividerla, ma non esitano a seguirla con dedizione totale, marionette di un gioco immensamente più grande del loro. Sono mossi da una forza sotterranea e irresistibile, quasi orfica, volta spontaneamente al conseguimento del piacere, un’anima segreta dell’universo che annulla le individualità a favore del gruppo e trova nella convivenza la forma suprema di sopportazione del vivere.

La lontananza è notevole, almeno dal punto di vista visivo, ma questo teatrino di Fioroni sembra talvolta condividere la stessa visione del mondo di Giandomenico Tiepolo negli affreschi carnevaleschi di Villa Valmarana, la stessa animazione viscerale, chissà se anche lo stesso tipo di critica all’ottimismo illuminista. Ma ciò che in Tiepolo è fastidiosa insensatezza dell’uomo, in Fioroni diventa dolce delirio di una vita che adeguandosi ai ritmi della natura e della storia diventa sogno, senza alludere ad alcun dramma.

In questo clima di sospensione nel quale nessuno sembra poggiare i piedi per terra, neanche coloro che guardano le opere di Fioroni, in queste atmosfere vaporose e ovattate, aleggia un senso del magico che riesce a far quadrare il caos primordiale come per miracolo, il mistero atavico che tutto decide e conduce. Solo un accenno di inquietudine in quelle espressioni bloccate a attonite, prive di intenti comunicativi, che non sapresti se interpretare come manifestazione di atarassia, di appagamento o di insoddisfazione. Evidentemente, anche nel mondo creativo di Fioroni, la felicità non è un traguardo scontato, ma va conquistato momento per momento, goduto goccia dopo goccia.

Un mondo semplice e popolare, quello di Fioroni, perché fatto di valori concreti e immediatamente percepibili, valori che siamo abituati a condividere come patrimonio comune delle abitudini dei nostri avi, dei nostri padri, di noi stessi, ma non certo rozzo e popolare; dotato anzi di una sua particolare delicatezza, pieno di saggezza secolare nella sua serenità da filastrocca, morbido sotto la scorza grezza, per niente compiaciuto quando conduce la vena primitiva, memore di Chagall e di Matisse, fino a sfiorare la soglia del naïf. Figure come bambocci, soavi e incantati, corpi che vengono stilizzati da un segno netto e solido, da un gesto rapido e senza ornamenti superflui; forme nel complesso regolari, dotate perfino di un loro equilibrio classico, ma che viene subito smentito, almeno quando siamo lontani dalle ceramiche, da colori sfumati e irrealistici, filamenti che levano alla materia molta della sua consistenza, generando nuvole colorate che si formano e si disfano nel cielo della figurazione, sempre in modo irregolare e imprevedibile.

La poesia non nasce da le regole…ma le regole derivano da le poesie; e però tante son specie de regole, quante son poeti. Or come dunque saranno conosciuti gli veramente poeti? Dal cantar de versi.

Quest’estate il Foundling Museum ospita al piano inferiore, un carnevale improvvisato di Fioroni pieno di quadri dai colori luminosi che suonano, cantano e si rifiutano di essere zittiti. Sgargianti rossi, gialli e blu, facce bizzarre e sfondi indistinti sono l’impronta della finzione.

“Innocenti” è la parola italiana per “foundlings”, trovatelli, ed i suoi sottintesi sono tragici ma fieri.
Già prima dell’anno 450 i Santi Innocenti erano celebrati con un giorno festivo, “Childermas”, tre giorni dopo Natale. Come suggerisce il nome, questa festa celebra i bambini e per secoli è stata una delle più gioiose del calendario ecclesiastico (particolarmente in Inghilterra). Per gioco un bambino del luogo veniva scelto per interpretare il ruolo di un vescovo autoritario, le cui burle facevano ridere tutti. Per tre settimane era un bambino a comandare, si sentivano più risate del solito nello Spedale degli Innocenti, nome italiano di un Foundling Hospital.

Mi scuso per essermi dilungato, ma i quadri di Fioroni che sono storie devono essere spiegate con altre storie. Considerate “Iter di Francesco” esposto all’interno della mostra. Poiché è l’opera di un artista umbro, il titolo non può che riferirsi a San Francesco. In Italia dove Fioroni è nato settanta anni fa, si pensa che ogni luogo ha un proprio spirito chiamato “genius”. Fioroni è sempre vissuto a Perugia una delle città medievali meglio conservate della regione umbra.
Nelle vicinanze sorge la santa città di Assisi sui cui pendii San Francesco predicò agli uccelli.

Ho già detto che Fioroni è un appassionato musicista di canzoni popolari umbre? Questa è un’altra coincidenza che riporta a Francesco e ad Assisi. Quando era un elegante giovane dedito alla carriera militare, Francesco adorava le romantiche canzoni dei trovatori. Questa musica sorprendentemente nuova, intorno al 1200 veniva portata dalla Francia in Italia dai musicisti itineranti. Francesco conosceva il francese, suo padre aveva dei commerci lì e quel paese ispirò il nome di suo figlio. E quando Francesco cambiò la sua vocazione dalla guerra alla pace ebbe l’idea di raccontare la sua storia in canti composti non in latino o in francese ma nella lingua della sua Umbria.

A differenza di altri inni del Medio Evo, il Cantico di Frate Sole di Francesco guarda alla natura come un figlio pieno di amore per il sole, la luna e tutti gli elementi. Ispirato dai Salmi, egli scrisse: “Laudato si’ mi Signore, per sora nostra madre terra la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba”.

Francesco inviò i suoi fratelli fuori dall’Umbria, istruendoli ad essere menestrelli che cantando sollevano i cuori di tutti coloro che li ascoltano. I più antichi testi usano il latino “joculatores” per menestrelli, ma la parola era usata anche per giullari e giocolieri. “Jongleur” combina tutti i significati possibili. Qualunque sia la parola, l’idea era di divertire dicendo la verità al potere. Osare di dire la verità era una prerogativa, consacrata nel tempo, dei giullari.

Le illustrazioni del Vecchio Testamento di Chagall sono state una importante ispirazione per Fioroni, come pure il primo simbolismo di Redon dei luminosi pastelli.

È come se si aprisse il sipario di un teatro quando si è di fronte alle opere di Giuseppe Fioroni: è come se si spalancasse un varco verso quel po’ di libertà che si può conseguire nella recita a soggetto del sacro canovaccio del destino e affrontare il pathos dell’esistenza in un catartico gioco di arte e poesia.

Sono dicotomie che si incastrano perfettamente nella trama dell’esistenza: il sacro e il profano, la fiaba e il reale, il Medioevo e il ricordo di ieri.

Ecco il clown, metafora della vita intesa come una divinità beffarda che è in grado di prendersi gioco di noi, Pinocchio, esempio della crescita, figure cavalleresche e altre provenienti dai Tarocchi o dalla Bibbia,che delineano una pinacoteca di emblemi che parlano all’individuo e alla collettività in quanto insieme di tradizioni, miti e riti. I suoi eroi non sono riconducibili a nessuno stereotipo, non sono gli insoliti personaggi rappresentati da pittori con il mito di Mirò: i bagatti, i saltimbanchi, gli gnomi, i zigani hanno un sapore di genuinità che non è mai compiaciuta ne’ artefatta, espressione di uno spirito libero e liberato che rifiuta qualsiasi maniera, manifestando spesso un ritmo fabulatorio vivace, quasi festoso.

Giuseppe Fioroni: le sue opere sussurrano segreti e svelano sogni.il dreams.

I due aspetti che maggiormente caratterizzano la pittura di Giuseppe Fioroni sono l’immediatezza del disegno e l’esuberanza del colore, l’uno contemporaneamente vincolato all’altro.

Il disegno non è un esercizio di precisione ma un gesto impetuoso, svincolato da schemi e regole, che traduce sulla tela, in forma di libera improvvisazione, l’idea che nasce da un cosciente lavoro di profonda interiorizzazione.
Da ricordare che Fioroni è un appassionato musicista che ama esibirsi improvvisando.

Il colore, che rappresenta la proiezione esterna della sensibilità dell’artista, è in grado di interpretare con forza suggestiva e per certi versi magica, allegorie, miti, tradizioni e simboli.

“Il colore, forse ancora più del disegno, è liberazione”(H. Matisse).